Quale sarebbe la reazione di un europeo che incontrasse una suora in una discoteca? Oppure in un bar a sorseggiare una birra?…occhiate curiose, sconcerto, forse qualche battuta disqualificante o un rimprovero esplicito. Forse semplicemente non la lascerebbero entrare una suora in un bar. Anche se, a ragion veduta, non c’e´niente di male nel bere una birra o a ballare divertendosi. E semmai è un problema della suora stessa. Il problema però sussiste perché uscire dalla regole ci turba, anche se a farlo è un altro.
Eppure se una suora è obbligata dalla società in cui vive a seguire certe regole, come quella di votarsi al celibato, nessuno si sognerebbe di dire che la società è ingiusta perché la scelta di seguire questa vita è stata una scelta personale, o, secondo altri, una vocazione.
Ero ad una festa privata in un’elegante appartamento vicino alla torre di Galata quando mi presentarono Ceren. Lei fumava e sorseggiava uno spumante. Niente di strano se non fosse che Ceren porta il velo. Ma uno straniero non ancora abituato a una norma le eccezioni non le nota. Così quando la settimana successiva invitai Ceren fuori a bere, lei mi ricordò una cosa: che con il velo non sarebbe potuta entrare da nessuna parte e senza velo avrebbe tradito la sua identità. Certo ballare e sorseggiare una birra avrebbe potuto, ma solo in casa di amici. È qui che mi è venuto in mente il paragone con una suora, che in casa, con le consorelle non porta il velo a magari alla domenica si concede un rosso con pollo e patatine fritte, ma mai esibirebbe tale liberà fuori, in città.
In Europa c’è la diffusa – ma erronea- credenza che nelle società musulmane i padri e i mariti obblighino le loro ragazze e le loro mogli a indossare il velo e a vivere segregate. Molti, tra cui anche turchi laici, vedono il velo come il volontario rifiuto dell’inevitabile processo di secolarizzazione, un retaggio medioevale e per qualcuno sarebbe lo stigma del fondamentalismo religioso. Questa falsa credenza si basa su un errore di attribuzione. L’errore di attribuzione si può formulare così
1) motiviamo gli errori altrui con caratteristiche intrinseche: se l’altro arriva in ritardo lo giudichiamo sbadato, poco serio, incompetente: arriverà sempre in ritardo.
2) attribuiamo gli errori del nostro gruppo motivazioni estrinseche che li giustificano: se noi arriviamo in ritardo diamo la colpa al traffico, alla vicina che ci ha fermato per le scale: fatto contingenti e che non capiteranno mai più.
Analogamente se una ragazza mussulmana porta il velo il gruppo esterno (diciamo occidentale) tende a giudicarla ignorante, proveniente da una famiglia conservatrice che l’ha costretta a una tale scelta, estranea a ogni volontà di integrazione o di dialogo col mondo laico, sostanzialmente destinata a diventare integralista. Se lo stesso velo lo mette una suora il gruppo interno occidentale è più propenso a chiamare in causa una profonda fede, una scelta dettata da particolari situazioni biografiche, una personale dedizione per il servizio verso il prossimo, – e se proprio non sappiamo che pesci pigliare- illuminata dalla vocazione divina sulla via di Damasco.
Si sarebbe più obiettivi se invece si potessero vedere contemporaneamente motivazioni intrinseche e estrinseche.
Tutte le ragazze velate dicono che la loro è stata una scelta autonoma. In Europa a molti può sembrare strano che una ragazza scelga personalmente di vestirsi in questo modo bizzarro precludendosi la libertà di uscire sole alla sera, di bere in un bar. Questi dimenticano che in alcune subculture questo comportamento è normale: tutte le scelte “autonome” sono prese all’interno del contesto sociale che con aspettative e riconoscimento fa sentire la sua influenza. Il velo ti rende una brava ragazza agli occhi della famiglia o del gruppo di pari a cui ti riferisci. E se l’aspettativa è che tu sia brava, allora anche il tuo atteggiamento si conformerà all’aspettativa.
Immaginiamo che due giovani scelgano il matrimonio alla convivenza (ma potremmo pensare anche il contrario). Si tratta di una scelta autonoma? Certo, secondo loro sì. Ma quanto peso hanno nella loro scelta, il desiderio dei genitori, la moda, l’aspettativa degli amici…Anche Cicerone diceva: Mea mihi coscienza pluris est quam hominum sermo", ”l’importante è essere felici con la propria coscienza ", ma Cerone –sappiamo- era un principe del foro, e non proprio un acuto sociologo. Il compito di una democrazia sarebbe quello di dare a tutti le stesse possibilità per istruirsi, per formare e esprimere la propria opinione liberamente. Vietare un modello è invece il miglior modo per renderlo attrattivo.
Tutte le generalizzazioni sono sbagliate. Anche questa generalizzazione. Per continuare generalizzando, meno si conosce un altro gruppo più facile è vederlo compatto e più difficile è riconoscervi delle differenze interne. In occidente ci si rivolge spesso all’Islam come se fosse un’entità compatta e pare diffondersi l’opinione -purtroppo errata- che tutti i Paesi Islamici perpetrino la stessa politica. È come dire che la torre Eifel e il mio gatto si assomigliano perché entrambi hanno quattro gambe.
Ogni gruppo ha all’interno diverse sfaccettature, diverse subculture. Un gruppo omogeneo non esiste, ma è solo una costruzione. Tra le donne islamiche solo alcune portano il velo. Tra quelle che portano il velo non tutte lo portano alla stessa maniera: c’è il velo di marca portato come feticcio, il velo che scende dritto portato dalle donne tradizionali, il velo stirato che copre un rigido gignon di capelli e poi si annoda attorno il collo portato dalla first lady, il velo che si confonde con una sciarpa di protesta…alcune lo fanno per scelta, altre per forza. E anche tra quelle che lo fanno per scelta alcune sono convinte che sia possibile combinare Islam e una democrazia laica, Islam e femminismo. E fare di tutta l’erba un fascio -attribuendo a tutte le ragazze con un velo simpatie integraliste- non ci permette di ascoltare la voce di questa minoranza che cresce.