giovedì, settembre 09, 2010

Apologia del velo

Quale sarebbe la reazione di un europeo che incontrasse una suora in una discoteca? Oppure in un bar a sorseggiare una birra?…occhiate curiose, sconcerto, forse qualche battuta disqualificante o un rimprovero esplicito. Forse semplicemente non la lascerebbero entrare una suora in un bar. Anche se, a ragion veduta, non c’e´niente di male nel bere una birra o a ballare divertendosi. E semmai è un problema della suora stessa. Il problema però sussiste perché uscire dalla regole ci turba, anche se a farlo è un altro.

Eppure se una suora è obbligata dalla società in cui vive a seguire certe regole, come quella di votarsi al celibato, nessuno si sognerebbe di dire che la società è ingiusta perché la scelta di seguire questa vita è stata una scelta personale, o, secondo altri, una vocazione.

Ero ad una festa privata in un’elegante appartamento vicino alla torre di Galata quando mi presentarono Ceren. Lei fumava e sorseggiava uno spumante. Niente di strano se non fosse che Ceren porta il velo. Ma uno straniero non ancora abituato a una norma le eccezioni non le nota. Così quando la settimana successiva invitai Ceren fuori a bere, lei mi ricordò una cosa: che con il velo non sarebbe potuta entrare da nessuna parte e senza velo avrebbe tradito la sua identità. Certo ballare e sorseggiare una birra avrebbe potuto, ma solo in casa di amici. È qui che mi è venuto in mente il paragone con una suora, che in casa, con le consorelle non porta il velo a magari alla domenica si concede un rosso con pollo e patatine fritte, ma mai esibirebbe tale liberà fuori, in città.

In Europa c’è la diffusa – ma erronea- credenza che nelle società musulmane i padri e i mariti obblighino le loro ragazze e le loro mogli a indossare il velo e a vivere segregate. Molti, tra cui anche turchi laici, vedono il velo come il volontario rifiuto dell’inevitabile processo di secolarizzazione, un retaggio medioevale e per qualcuno sarebbe lo stigma del fondamentalismo religioso. Questa falsa credenza si basa su un errore di attribuzione. L’errore di attribuzione si può formulare così

1) motiviamo gli errori altrui con caratteristiche intrinseche: se l’altro arriva in ritardo lo giudichiamo sbadato, poco serio, incompetente: arriverà sempre in ritardo.

2) attribuiamo gli errori del nostro gruppo motivazioni estrinseche che li giustificano: se noi arriviamo in ritardo diamo la colpa al traffico, alla vicina che ci ha fermato per le scale: fatto contingenti e che non capiteranno mai più.

Analogamente se una ragazza mussulmana porta il velo il gruppo esterno (diciamo occidentale) tende a giudicarla ignorante, proveniente da una famiglia conservatrice che l’ha costretta a una tale scelta, estranea a ogni volontà di integrazione o di dialogo col mondo laico, sostanzialmente destinata a diventare integralista. Se lo stesso velo lo mette una suora il gruppo interno occidentale è più propenso a chiamare in causa una profonda fede, una scelta dettata da particolari situazioni biografiche, una personale dedizione per il servizio verso il prossimo, – e se proprio non sappiamo che pesci pigliare- illuminata dalla vocazione divina sulla via di Damasco.

Si sarebbe più obiettivi se invece si potessero vedere contemporaneamente motivazioni intrinseche e estrinseche.

Tutte le ragazze velate dicono che la loro è stata una scelta autonoma. In Europa a molti può sembrare strano che una ragazza scelga personalmente di vestirsi in questo modo bizzarro precludendosi la libertà di uscire sole alla sera, di bere in un bar. Questi dimenticano che in alcune subculture questo comportamento è normale: tutte le scelte “autonome” sono prese all’interno del contesto sociale che con aspettative e riconoscimento fa sentire la sua influenza. Il velo ti rende una brava ragazza agli occhi della famiglia o del gruppo di pari a cui ti riferisci. E se l’aspettativa è che tu sia brava, allora anche il tuo atteggiamento si conformerà all’aspettativa.

Immaginiamo che due giovani scelgano il matrimonio alla convivenza (ma potremmo pensare anche il contrario). Si tratta di una scelta autonoma? Certo, secondo loro sì. Ma quanto peso hanno nella loro scelta, il desiderio dei genitori, la moda, l’aspettativa degli amici…Anche Cicerone diceva: Mea mihi coscienza pluris est quam hominum sermo", ”l’importante è essere felici con la propria coscienza ", ma Cerone –sappiamo- era un principe del foro, e non proprio un acuto sociologo. Il compito di una democrazia sarebbe quello di dare a tutti le stesse possibilità per istruirsi, per formare e esprimere la propria opinione liberamente. Vietare un modello è invece il miglior modo per renderlo attrattivo.

Tutte le generalizzazioni sono sbagliate. Anche questa generalizzazione. Per continuare generalizzando, meno si conosce un altro gruppo più facile è vederlo compatto e più difficile è riconoscervi delle differenze interne. In occidente ci si rivolge spesso all’Islam come se fosse un’entità compatta e pare diffondersi l’opinione -purtroppo errata- che tutti i Paesi Islamici perpetrino la stessa politica. È come dire che la torre Eifel e il mio gatto si assomigliano perché entrambi hanno quattro gambe.

Ogni gruppo ha all’interno diverse sfaccettature, diverse subculture. Un gruppo omogeneo non esiste, ma è solo una costruzione. Tra le donne islamiche solo alcune portano il velo. Tra quelle che portano il velo non tutte lo portano alla stessa maniera: c’è il velo di marca portato come feticcio, il velo che scende dritto portato dalle donne tradizionali, il velo stirato che copre un rigido gignon di capelli e poi si annoda attorno il collo portato dalla first lady, il velo che si confonde con una sciarpa di protesta…alcune lo fanno per scelta, altre per forza. E anche tra quelle che lo fanno per scelta alcune sono convinte che sia possibile combinare Islam e una democrazia laica, Islam e femminismo. E fare di tutta l’erba un fascio -attribuendo a tutte le ragazze con un velo simpatie integraliste- non ci permette di ascoltare la voce di questa minoranza che cresce.

lunedì, luglio 26, 2010

Stephan. La legge morale.


Non ho mai amato molto la filosofia quando ero al liceo. Del grande filosofo di Königsberg, Immanuel Kant, mi restò solo in mente la battuta: “era figlio di un pastore tedesco”. Poi scoprii in primis che non era figlio di un cane, e in secundis che si trattava di una becera battuta.

Allora prima degli esami di maturità imparai che sulla sua lapide fece scrivere: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me”: “Der bestirnte Himmel über mir und das moralische Gesetz in mir “. Che cosa volesse dire lo capii veramente quando conobbi Stephan. Come tutti i tedeschi, che lo sappiano o no, Stephan è fondamentalmente kantiano. Feci la sua conoscenza a Istanbul. Una comune amica mi aveva invitato a una serata dedicata a foto di viaggi. Se non fosse che era l’unico straniero in un salotto pieno di turchi non mi sarebbe saltato agli occhi; poi venendo a sapere che era di Heidelberg catturò subito la mia simpatia. Circa dieci anni prima, poco poi che ventenne, Stephan fu messo di fronte a un bivio. La stamperia per cui lavorava si trovava in crisi ed era costretta a licenziarlo. Se avesse dato le dimissioni di sua sponte la stamperia si impegnava a riassumerlo dopo 18 o 24 mesi, a crisi passata. Stephan fece di questo imprevisto un’opportunità. Si trovava con qualche soldo in tasca, senza legami nel cuore, molte idee in testa, con un lavoro in mano (esperto di grafica, foto e stampa), un anno e mezzo di tempo. Tutte le condizioni per aprire il cassetto e prendere il suo sogno: decise di fare un lungo viaggio.

La nostra comune amica aveva mandato a tutti i suoi conoscenti un invito per farci mostrare le foto di quel viaggio. Stephan ci presentò una natura incontaminata e inusuale, spesso osservando come un momento apparentemente meno favorevole può invece tramutarsi in un’opportunità se si è capaci di coglierne il giusto aspetto. Come quella volta che arrivò al Salar de Uyuni, un gigantesco lago salato a 3.600 metri di quota. Una delle attrazioni turistiche più gettonate del Sud America, aperta tutto l’anno salvo un giorno ogni 5 anni, quando piove anche nel deserto. Stephan arrivò proprio in quel giorno. I turisti arrivati dalla capitale, tornarono indietro tra il rassegnato e l’irritato. Lui aspettò lì per 24 ore sotto una precaria tettoia la fine della pioggia. Smise di piovere durante la notte. L’indomani all’alba uno spettacolo mai visto e mai immaginato si apriva davanti ai suoi occhi. Sul lago di sale si erano depositati 10 centimetri di pioggia che riflettevano le vette e le nuvole. Era come camminare su uno specchio che si estende a vista d’occhio a tremila metri di quota. Era come camminare sopra le nuvole vedendo ai propri piedi montagne rovesciate. Stephan scattò foto stupende, uniche.
Mi colpì anche quella volta che sempre la pioggia lo bloccò nel mezzo dell’Australia di fronte al celebre Monte Uluru, regarandogli però un arcobaleno proprio sopra il famosomonolito rosso, che svetta nel mezzo del deserto. Solo per quel giorno era possibile godere di un arcobaleno, e sentire il profumo dei fiori che si aprono dopo aver aspettato per anni la pioggia.

Ma tralascio qui l’imponenza delle montagne, la magia delle cascate, il colore dei fiori nel Sudamerica e nel Sud-est asiatico. E arrivo direttamente in Tailandia. È qui che avviene una svolta non solo nel viaggio, ma anche nella vita di Stephan. Dopo qualche giorno nella caotica e corrotta Bankok, Stephan ricerca la quiete della natura. Arriva in un convento immerso nella giungla dove pensa di fermarsi una settimana. Ma appena entrato capisce che la cosa non fa per lui: giovani rapati camminano a passo di lumaca nel chiostro, nell’angolo una ragazza si lava i denti con una bacchetta con movimenti ossessivamente lenti. Mangiare è consentito solo durante la mattinata dall’alba a mezzogiorno. Nel pomeriggio solo tre cose sono concesse: meditazione, meditazione, meditazione. Se ci si addormenta dopo il pranzo ci si alza con fame di notte. Se non si riesce a controllare la fame non si riesce a prendere sonno. Stephan non aveva mai fatto meditazione prima d’allora. Vorrebbe andarsene se non fosse che all’uscita gli fanno capire di rivolgersi a una ragazza. Stephan conosce Yi, una 23enne nata in Canada da genitori cinesi, che da 5 anni medita in templi in Cina e in Tailandia. Yi gli da qualche consiglio per resistere al sonno e alla fame, per meditare e dimenticare il modo e il corpo e entrare in una più profondo ascolto del sé. La settimana passa in fretta ma il ricordo di Yi e della meditazione restano.

Il viaggio di Stephen procede. Dopo la Tailandia entra in uno stato che per sicurezza non nominerò, dove da più di 20 anni governa un regime militare. Stephen visita un orfanotrofio gestito da delle suore italiane. A Stephan piacciono i bambini, ed è un amore ricambiato. Quella sera suonerà per loro il suo didjeridu portato dall’Australia, portando la musica, la compagnia e la felicità tra i piccoli. In barba alle disposizioni del regime, e rischiando una condanna, le suore italiane gli offrono un giaciglio per la notte. Ma l’indomani è troppo pericoloso fermarsi ancora. Il viaggio continua, con altre tappe verso casa, ma il racconto per immagine che Stephan ci mostra quella sera si interrompe. Molti ospiti fanno salemelecchi e se ne vanno. Io resto e parlo con Stephan per conoscere la vera fine delle sue avventure.


Sulla via del ritorno dal Sud-est asiatico verso l’Europa già qualche amico lo mette in guardia: riuscirai mai a tornare al lavoro? Come sarà possibile la tua comoda vita in Europa dopo così tante avventure nel mondo? Ti sveglierai nel mezzo della notte trovando il tuo letto troppo morbido e nella tua camera ti mancheranno le stelle. Ma Stephan sa che la fine del suo viaggio è l’inizio di un altro viaggio. La natura, per che sa coglierla, c’è abbastanza anche in Germania, nelle Alpi o nei boschi di Heidelberg. E sa che il suo viaggio, i suoi diari, le sue splendide foto non sono fatte per restare chiuse nel cassetto. Una volta tornato organizza delle serate di racconti e fotografie ora sul Sudamerica, ora sull’Australia, ora sul Sud-Est Asiatico. Si autopromuove tappezzando di manifesti la Hauptstrasse. Riesce sempre a riempire il teatro e dopo averlo ascoltato personalmente capisco anche il perché. Ogni serata è magica, e i suoi racconti e le splendide foto commuovono il pubblico.

Stephan lavora in una stamperia e ha raccolto nel mondo migliaia di bellissime foto. Fonda allora la sua casa editrice VitaNatura pubblicando semplicemente cartoline con le foto del suo viaggio aggiungendoci una citazione di Buddah o qualche massima sulla felicità. Un’idea semplice, ma nel tempo di immagini digitali e veloci, preziosa ed elegante. Stephan non dimentica Yi, la monaca buddista di Bankok, né le suore dell’orfanotrofio. Tutto quello che riesce a guadagnare dalle serate di fotografie e dalla cartoline va in beneficenza. Per dare un aspetto istituzione alla sua idea fonda un’associazione, MondoNatura. Una volta ogni due anni riesce a raccogliere abbastanza soldi e a portarli personalmente all’orfanotrofio ed a un lebbrosario gestito dalle suore italiane.

La vita è lunga e procede passo passo. Stephan continua il suo percorso iniziato con la meditazione a Bankok e la ricerca dell’unione con la natura attraverso l’alpinismo e l’esplorazione di nuovi Paesi. Qualche anno fa incontra a Manila la sorella della moglie di un collega e inizia con lei un viaggio nelle isole dell’arcipelago. Da quel viaggio torneranno insieme a Heidelberg. E lì si sposeranno. Lei lavora adesso nell’associazione.

Dopo la serata con Stephan cercai in Internet informazioni sulla sua attività. Dal sito dell’associazione compare un link al suo sito personale: “Da settembre 2010 sarò a tempo pieno “life, business and career coach” per voi” Stephan offre corsi di concentrazione, meditazione e anti-stress per manager alle soglie di una crisi di nervi. Si dedica alla sofisticata arte di aiutare le persone ricche a salvare sé stesse. Insegna loro a ritrovare la legge morale e a guardare il cielo stellato. Un po’ come Kant.

Stephan detiene -forse inconsapevolmente- la kantiana legge morale in sé. La sua vita sembra seguire un filo dritto, che si intesse con le trame della vita e forma un tessuto. Stephan è riuscito a sfruttare tutte le sue potenzialità a cogliere le giuste occasioni. I suoi viaggi non sono dettati dalla voglia di evasione, di trasgressione autodistruttiva di molti amanti della vacanza estrema, ma regolati dall’inseguimento delle proprie emozioni, dalla ricerca dei propri limiti, dalla ricerca costruttiva di sé. Stephan non ha bisogno di qualcuno che gli dica cosa deve fare e cosa è vietato ma sa ascoltare una legge interiore e per tutto il resto sa guardare il cielo stellato.

sabato, marzo 27, 2010

All'Università con Gini. Universa Universis Kurtanbul Libertas


Il Tirkustan è un paese in forte espansione economica. La grossa inflazione della moneta locale (il tallero) è rientrata, dal 2001 il sistema finanziario è stato sanato così che anche durante la crisi del 2008-2009 la sua crescita economia ha continuato a aumentare, pur diminuendo la sua crescita. Il Tirkustan è la ventesima nazione al mondo per PIL, e secondo gli esperti in pochi anni avrà le carte in regola per entrare in Europa; dopo l’ultimo colpo di stato la nuova costituzione quasi 30 anni or sono ha abbracciato i parametri economici del FMI e della Banca Mondiale e rendendo l’economia tirkustana abbastanza competitiva da attrarre molti capitali esteri. Data la sua posizione geografica e la buona capacità tecnica locale, molte multinazionali vi hanno delocalizzato la produzione, cosicché il Tirkustan è la quarta nazione dopo USA, Giappone e Cina a esportare verso l’Europa.

Ma se il ceto medio si va arricchendo, i ricchi non diventano più poveri. La disuguaglia sociale, misurata dall’indice di Gini, è in notevole aumento. Se una sola famiglia detiene tutto il reddito del Paese l’indice di Gini è uno. Se ogni famiglia detiene lo stesso reddito l’indice misura zero. La media europea si aggira intorno allo 0.30 mentre USA e Cina superano di poco lo 0.40. In Tirkustan l’indice di Gini supera lo 0.45. Nonostante l’economia tirkustana ruggisca l’indice di Gini aumenta: questo significa che solo una parte del paese gode dell’avvento del benessere economico. I ricchi stanno sulla cresta dell’onda e la loro vela diventa sempre più grossa. E i poveri si lasciano soffiare via il vento in silenzio? Spinte secessioniste, dimostrazioni che sfociano in scontri armati, attriti tra minoranze etniche sono all’ordine del giorno. Ma queste sono cose che i mie 25 lettori ben conoscono. Quel che forse è nuovo e che racconterò oggi è la vita all’università in un paese con un’alta disuguaglianza sociale.

Kurtanbul, la capitale e megalopoli del Tirkustan, è sede di ben 26 Università di cui 6 storiche università statali e 20 università private nate negli ultimi 30 anni. Paragonerò tre università: l’Università del Fosforo, l’Università di Kurtanbul, e l’Università dei Sette Nani. Le prime due pubbliche, quest’ultima privata. Per accedere all’università gli studenti della scuola superiore devono passare un esame molto selettivo. Sono disponibili ogni anno 300.000 posti di studio, ma più di un milione si presentano all’özerk, il test di accesso. Possono entrare in una determinata università solo se conseguono un determinato punteggio.

L’Università del Fosforo è la migliore Università del Tirkustan per le scienze umanistiche e sociali: qui si entra sono con un punteggio superiore al 380 punti su 400. Ma la Fosforo l’indiscutibile primato lo detiene per essere l’Università con il più bel panorama del mondo. La sede di questa università era dalla seconda metà dell’800 un college per i rampolli dei diplomatici e industriali americani, e dal secondo dopoguerra è diventata un’esclusiva sede universitaria: prati verdi, finestrone all’inglesina, muri in pietra grigia, tetti di porfido nero nella nebbia, pace, natura, silenzio; sembra Oxford se non fosse che la vista sulla valle del Forsforo rende il quadro d’insieme senza paragoni e simbolicamente conturbante. Qua l’Europa, di là, oltre la valle, l’Asia; in mezzo l’Università del Forforo. Ma valle del Fosforo a parte la FU (Fosforus University) è del tutto un’accademia americana. I docenti, pur di origine tirkustana hanno tutti un PhD dalle più illustri università statunitensi e la lingua e la letteratura usati per le lezioni sono tutti in inglese.


L’Università di Kurtanbul è la più antica università del Paese. Fondata nel 1453 mantiene ancora quel suo carattere istituzionale e gerarchico che la caratterizzava ai tempi del grande Scià ed è ancora oggi è l’organo ufficiale del sapere tirkustano. Uno degli atenei più grandi del Paese (70.000 studenti rispetto ai 10.000 dell’Università del Fosforo) con la migliore facoltà di Medicina, ma ne è anche il fulcro di ogni tensione, nervo scoperto della società tirkustana; studenti di diverse fazioni politiche, sociali, etniche, arrivano spesso a tafferugli e l’entrata è strettamente sorvegliata per vietare l’accesso a facinorosi (incluse ragazze musulmane con il capo coperto).


L’università dei Sette Nani è un ateneo giovane e dinamico, nato 10 anni or sono. Offre tutte le facoltà da moda e design a legge, da medicina a gastronomia, da filosofia a marketing. Sorge su una collina fuori Kurtanbul. All’interno del campus di gusto kitsch di stile Ottomano piscina, sauna, campi da tennis, sala giochi con play station e wii, e probabilmente il più alto numero di caffetterie per numero di studenti del mondo. E come a Gardaland non solo si paga l’entrata ma anche le singole attrazioni sono a pagamento. Nella mensa schermi superpiatti trasmettono video clip di MTV e i ragazzi sembrano trarne ispirazione per il loro look. Il consorzio universitario comprende anche un ospedale un centro vacanze per studenti ad alumni e numerose scuole superiori. Più che un’ateneo si tratta di un esamificio costruito per accessoriare di titolo accademico anche i figli viziati della ricca borghesia tirkustana che non riuscirebbero ad entrare in una università pubblica. Durante le due “settimane della carriera” personaggi del mondo del lavoro tengono conferenze e workshop per gli studenti, i quali mostrando la partecipazione a tali iniziative sono esonerati dai corsi curriculari. I professori in questo microcosmo contano come i paggi alla corte del re e si riconoscono dagli studenti per i loro vestiti poveri e fuori moda.


Dato che il campus si trova fuori città i polli vivono per lo più all’interno del campus. Bus navetta sono comunque disponibili per collegare il campus alla megalopoli. Pur troppo al fondatore dell’Università dei Sette Nani (un ricco imprenditore che, inquisito, è dovuto scappare all’estero) non è riuscito di migliorare i dintorni della sua creazione. Così dalla baraccopoli intorno alla cittadella universitaria, partono spesso uova o pomodori marci contro i luccicanti autobus bianchi carichi di professori e studenti. La proporzione studenti-professori garantisce una didattica personalizzata: un prof. ogni dieci studenti. I discenti però sembrano non accorgersi di questa incredibile opportunità e fanno il massimo delle assenze consentite.


La retta di questa università si aggira intorno ai 10.000 euro l’anno ai quali bisogna aggiungere 400 euro per una camera doppia all’interno dei dormitori del campus. Anche molti studenti delle università pubbliche vivono in dormitori, in genere sei per stanza: costo 120 talleri (50 euro). Anche tra le università pubbliche le tasse universitarie sono enormemente diverse: alla Fosforo si arriva ai 2000 Euro l’anno, mentre alla Kurtanbul non si superano i 100. D’altra parte gli studenti della Kurtenbul non hanno una biblioteca ben fornita come alla fosforo e, particolare simbolico, devono portarsi la carta igienica da casa. A onor del vero è possibile ricevere una borsa di studio, ma anche questa è molto più ricca nell’università del Fosforo che alla Kurtenbul.


Per quanto riguarda il ristoro alla Sette Nani gli studenti hanno a disposizione alcuni ristoranti in cui possono scegliere un menù per studenti del modico prezzo di 5 talleri. Prezzo del tutto ragionevole se pensiamo che include anche il sevizio cameriere. Per un confronto all’Università del Fosforo la mensa costa 2,5 talleri (ma per molti borsisti è gratis) mentre alla Kurtanbul la sbobba viene 50 dracme, mezzo tallero.


Ben’inteso la didattica e l’istruzione è praticamente la stessa in tutte le università dato che i docenti passano spesso da una sede all’altra o lavorano contemporaneamente in due atenei (a volte a dispetto dei contratti che lo impedirebbero). Tuttavia la qualità della vita è agli antipodi, anche tra i due atenei pubblici. Mi piacerebbe sapere se i diplomati con la stessa preparazione hanno poi le stesse possibilità sul mercato del lavoro o se il pedigree della famiglia, la rete di conoscenze e il capitale privato valgono più del certificato di laurea. Mi piacerebbe anche sapere che relazione ha questo sistema di istruzione universitaria con l’alto indice di Gini del Kurtanbul. Non dovrebbe un test di accesso all’Università premiare il merito. Forse per riassestare l’equilibro sociale e per dare uguali possibilità a tutti servirebbe rivangare DonMilani, servirebbero "iniezioni di superbia ai poveri e iniezioni di umiltà ai ricchi".

domenica, gennaio 17, 2010

Ciàula scopre la Rana



La incroci in tutti i tuoi momenti importanti: quando vai a scuola, quando cerchi lavoro, quando ti sposi. La mostri anche nei momenti quotidiani, diventati automatici, quando parli, quando leggi un giornale, quando ti lavi, quando scegli cosa indossare, cosa mangiare, dove fare la spesa. La cominci a sentire quando gli altri attorno a te ne hanno una diversa. La impari da bambino in famiglia, a scuola con gli amici, sui libri e con i media e non smetti mai di arricchirla e modificarla. Ti accorgi della sua importanza quando ne vieni privato. E allora in quel momento o la nascondi, o la abbandoni o combatti per difenderla. È la tua identità culturale.

Conosco Rana nel corridoio dell’Università di Istanbul. Rana ha occhi e capelli neri come l’ebano. È piccola, curiosa e il suo sguardo non ha paura. All’università portare il velo è vietato e Rana non vuole cedere al sotterfugio di molte altre studentesse che portano il velo comunque coprendolo però con un cappello. Così quando ci accordiamo per un caffè mi da appuntamento all’uscita principale dell’università. Questa volta arriva coperta. All’uscita infatti è stato piazzato un camerino per permettere alle ragazze rindossare il velo prima di uscire.

Di fronte a un caffè turco chiacchieriamo: Rana studia lingua e letteratura turca è sicuramente molto brava e precisa. Ama Tolstoj e Gogol. Troviamo molti temi in comune scopriamo che Istanbul come Roma si estende su sette colli, che nel mitico esodo dei Turchi dall’Asia Centrale all’Anatolia compare un lupo, come nella leggenda della fondazione di Roma, e che lo stesso nome “Turchia” adottato dopo il crollo dell’impero ottomano deriva dall’Italiano. Ad un certo punto mi chiede cosa penso di Darwin. Probabilmente non riesce a capire come si possa chiacchierare amabilmente con una persona con la quale non si condividono valori comuni. La sua delusione quando dico che Darwin è un genio che ammiro mi ricorda quella dei miei nipotini. Hanno 3-4 anni. Mi capita ogni tanto di mangiare con loro. Quando capiscono che non vado matto per i bastoncini Findus, e che anche la cioccolata del Kinder Sorpresa non mi fa impazzire rimangono sconcertati. Scoprono con sgomento che può esistere una persona (benché buona) con gusti diversi dai loro. Amara tappa del crescere.

D’altra parte io con triviale curiosità le chiedo quando e come ha deciso di velarsi il capo. Mi racconta che sua madre non lo porta ma che è state una libera scelta presa un giorno a 13 anni: ha pensato che se dio esiste bisognare onorarlo senza indugi perché l’indomani potrebbe stato troppo tardi. È sorprendente di poter prendere una decisione così importante a una così giovane età obbligandosi a essere fedeli a questa scelta per tutta la vita, ogni giorno, senza giustificazioni. Ma forse è anche l’incoscienza e il coraggio dell’adolescenza. Sorprendente è che ci si senta in dovere di mostrare tale scelta anche da adulti, senza voler cedere a compromessi o semplicemente alla ragion pratica. In fondo in Occidente ci sono milioni di convinti liberalisti, ma non casca il mondo se per un giorno qualcuno si dimentica a casa la carta di credito.

Con femminile coquetterie ammette di avere una trentina di veli diversi per abbinarli al vestito e all’umore. Non le piacciono però il giallo, il rosso, e tutto ciò che possa attirare troppo l’attenzione. Nemmeno usa nodi particolari che colorano questa tradizione di un significato politico. Secondo Rana uomo e donna sono in sè diversi, secondo una divina dialettica cacciatore, preda. E per questo che la donna non può ricoprire posizioni di ruolo: gli uomini non ascolterebbero il suo messaggio, ma guarderebbero solo il suo corpo. E non a torto le donne si devono dedicare alla casa e quando vanno in moschea devono stare dietro al paravento vicino all’entrata per non distrarre gli uomini.
Ballare, divertirsi in modo frivolo e consumistico, innamorarsi non fa per lei. Che senso ha divertirsi se si ha già l’amore di Dio. Sarebbe un tradimento. Mi ricorda un po’ quello che diceva il filosofo giansenista Blaise Pascal: “Di-vertire. Divergere da un obiettivo, deragliare dal proprio destino”. Per non tradire le proprie idee si incontra che qualche difficoltà anche a Istanbul, affrontare gli sguardi sdegnosi quando si esce da Fatih, il quartiere tradizionale e si sale su un autobus diretto a Bebek, mettersi un cappello sopra il velo per entrare all’università.

Ma piccoli sacrifici rinforzano la fede. Secondo Rana, non esistono vie di mezzo: non si può credere in qualcosa senza volerlo mostrare. Non si può credere solo in modo interiore, ma bisogna esternalo con riti e regole quotidiane. Rana tiene in tasca una specie di rosario con 30 palline, lo usa sei volte al giorno nei tempo destinato alla preghiera. Se in quel momento non ha tempo perché è a lezione, pregare sarà la prima cosa che farà uscendo dall’aula.

Cerca di convincermi che proprio questi riti compiuti in questo modo sono quelli che avvicinano a Dio. Basta leggere il Corano. Ma voi crederesti che il Marchese di Carabàs è morto perché ve l’ha detto il Gatto con gli Stivali? Probabilmente no, come io non mi metto a pregare perché è scritto nel Corano o nella Bibbia. Eppure credo nei Diritti dell’Uomo e mi arrogo il diritto di dire che siano universali, credo nell’evoluzionismo, un po’ nella teoria della metafora e anziché starmene zitto lo scrivo su un blog. Il che in fin dei conti non è molto meno bizzarro che coprirsi il capo.