
Amara Lakhous, scrittore italo-algerino, racconta la sua vita nell’Italia multiculturale e il nuovo capitolo della sua vita a Berlino.
Amara Lakhous, scrittore di origine algerina, dopo 13 anni di lavoro a Roma si trasferisce a Berlino. Come si trova nella capitale tedesca?
Roma è una città antica con un’identità già definita. Berlino sta ancora curando la cicatrice del muro, una ferita ancora aperta a cui tutti possiamo dare un contributo. Berlino è fragile, economicamente, come poche altre città in Germania. Ma questo è vantaggio per elaborare un modello nuovo. Berlino è poi la città che sognavo da 20 anni. Quando studiavo filosofia ad Algeri, alla fine degli anni ‘80, cominciai un corso al Goethe Institut. Pochi mesi più tardi l’istituto dovette chiudere a causa del fondamentalismo islamico.
Il suo libro “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio” è ambientato a Roma. Esiste una Piazza Vittorio anche a Berlino?
“Scontro di civiltà” è la storia dell’incontro delle culture in un quartiere di Roma, piazza Vittorio appunto. Sicuramente Kreuzberg e Neukölln sono i quartieri dove questo incontro è più evidente qui a Berlino. Come gli italiani emigrati in Germania ben sanno, far parte di una minoranza costringe a porsi domande e ridefinire la propria identità quotidianamente. Quando sono arrivato a Roma 13 anni fa facevo parte di una minoranza e ho dovuto ridefinire la mia posizione di studioso islamico. L’anno scorso ho ricevuto la cittadinanza italiana. Adesso sono considerato italo - algerino. Ma questa identità è un’etichetta dettata dalla maggioranza.
Nei suoi romanzi si parla di immigrazione, di incontro di culture, e nel suo prossimo lavoro “La pazienza delle donne” di sfruttamento della prostituzione: il suo è un lavoro da romanziere, da giornalista o da sociologo?
Quando alla Sapienza ho lavorato al mio dottorato in antropologia mi pareva di aver molto tempo per informarmi ma poco contatto con la gente. Come mediatore culturale a Piazza Vittorio godevo del contatto quotidiano con gente di tutto il mondo, ma mi mancava il tempo per raccontare. Quando infine ho lavorato come giornalista alla Adnkronos non c’era spazio per curare la forma della notizia. Da scrittore invece riesco a coniugare il meglio del sociologo, del mediatore culturale e del giornalista.
Lei lavora per vivere o vive per lavorare?
Io lavoro per vivere, ma vivere di letteratura è una scommessa.
Tuttavia il suo ultimo romanzo “Scontro di civiltà” vende in Italia 45.000 copie e viene pubblicato in sei lingue, ultima la traduzione tedesca. Cosa rende un ascensore di Piazza Vittorio un prodotto di esportazione anche fuori Roma?
Il mio romanzo anticipa il futuro: se vuoi vedere l’Europa tra 20, 30 anni vai a Piazza Vittorio o a Kreuzberg. In tali quartieri il concetto d’integrazione è superato per far spazio all’incontro e all’accettazione nel rispetto della legalità. Già oggi l’integrazione in Italia non è possibile perché non esiste più un solo modello di riferimento a cui ci si deve integrare: l’Italia è già un Paese di culture eterogenee. Dopo l’undici settembre si è parlato di scontro di civiltà: è stata la scoperta dell’acqua calda. Popoli e culture si sono sempre mescolati. Una volta erano gli italiani o i tedeschi che andavano a cercare lavoro in Romania lavorando come muratori o braccianti; ma che gli immigrati una volta erano gli europei lo si dimentica spesso.
Come crede che lo scrittore possa portare un contributo al dibattito sull’immigrazione?
Lo scrittore siciliano Sciascia in un’intervista su Panorama nel 1987 faceva notare come tutta la cultura sia in fondo un incontro di culture. Lo stesso nome Sciascia deriva da una parola di origine araba che significa “capello”. E il paese dello scrittore, Raccalmuto, significa “villaggio morto” in Arabo. E secondo Vincenzo Consolo tutta la Sicilia era un Paese morto prima dell’arrivo degli arabi, senza agrumi, senza i suoi bellissimi giardini pensili e senza la pesca al tonno. Il dibattito seguito all’undici settembre ha dimenticato che un c’è sempre stata una compatibilità tra culture. E che la compatibilità è la cultura stessa.
Ma in questa situazione qual è il ruolo della letteratura?
L’impegno sociale dell’intellettuale sul modello francese che va da Zola a Foucault, è scomparso. L’intellettuale oggi è corrotto perché recita la parte del format che lo ospita e ne diventa il clown: assistiamo a dibattiti televisivi assurdi, come ad esempio quello tra Vattimo e Borghezio. Oppure Mughini, un tempo attivo in Lotta Continua, adesso si lascia fischiare a Controcampo.
All'estero, l’immaginario sugli italiani è in genere quello di persone aperte, solidali, simpatiche. Amedeo, l’algerino protagonista di “Scontro di civiltà”, vive in un clima xenofobo. L’immagine dell’Italia all’estero sta cambiando?
Ci sono alcuni episodi deleteri per l’immagine dell’Italia all’estero: come la proposta di prendere le impronte digitali dei bambini Rom. Ma l’idea che l’Europa sia il paradiso in terra e che tutti gli europei siano ricchi cresce al di fuori dell’Europa. In un racconto ho narrato la storia di un ragazzo di Tangeri, in Marocco. Durante la sua infanzia pensa che se fosse nato solo 16 km più a Nord sarebbe nato spagnolo e, come i suoi cugini in Francia, avrebbe potuto mangiare caramelle tutto il giorno invece di riceverne una e doverla contendere con i suoi otto fratelli. Da ragazzo innamorato di una ragazza, continua ad invidiare i cugini francesi che potevano tenere il loro amore all’oscuro dei genitori. A 17 anni scappa poi a Roma, dove scopre che il benessere che sognava si ottiene attraverso il duro lavoro o, più facilmente, attraverso attività criminali. Arrestato per spaccio, sognerà le sue caramelle in prigione.
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