sabato, novembre 21, 2009

Vita di uomini non illustri. Laleli


La sua vita oggi Laleli non l’avrebbe neanche potuta immaginare pochi mesi fa. Né lei ne tantomeno la sua famiglia.

Laleli ha 24 anni. Laleli si è sposata da due mesi. Laleli è incinta di otto settimane. Ma che sia sposata e che diventerà madre questo la sua famiglia ancora non lo sa. Ancora tre mesi fa Laleli studiava legge all’università di Xinjiang in Cina. Laleli però non è cinese. È Uyghur e -dice- viene dal Turkestan orientale.

Sette milioni di Uyghur vivono in questa provincia all’estremo ovest della Cina, ai confini con il Kazakistan. Il Turkistan orientale occupato in gran parte dal deserto, ma dal sottosuolo ricco di petrolio e gas naturale, rappresenta quasi il 20% del territorio cinese. Nei prossimi 15 anni 50 milioni di Cinesi Han saranno trasferiti in questa regione. Il piano è già cominciato quasi 20 milioni di Cinesi Han vivono a tuttoggi in Turkistan orientale e queta migrazione ha aumentato le difficoltà economiche e le disuguaglianze sociali. Non c’è lavoro per tutti e il partito comunista dà la precedenza agli Han che si trasferiscono dall’est. Gli Uyghur possono aspettare. Sono musulmani, parlano una lingua uralico-altaica che scrivono con un alfabeto simile all’arabo, sono sempre stati al di fuori della lunga muraglia che ha protetto l’impero cinese. Nel 1949 per un anno hanno formato uno stato indipendente, poi inglobato nella repubblica popolare cinese. Sono il 2% della popolazione e secondo stime governative sarebbero ancora di meno. Non possono fare il servizio militare per paura che imparino a usare armi e le usino in una rivolta anticinese. Laleli ha imparato l’Uyghur in casa, ma in Cina non lo può parlare in luoghi pubblici: ha imparto a scriverlo in famiglia, ma i libri in questa lingua sono proibiti. Dopo la rivolta dello scorso cinque luglio gli Uyghur sono sorvegliati speciali: per tre mesi Laleli non ha potuto avere accesso alla posta elettronica, né fare telefonate all’estero. Anche adesso per dare notizie ai suoi genitori deve telefonare a un'amica a Pechino che riferisce poi a Xinjiang. Per il suo passaporto ha aspettato 12 mesi, e per il visto ha pagato 5000Yuan. Un cinese Han ne paga 1000 e aspetta in media un mese. Lali con il suo visto sarebbe potuta andare solo in Kazakistan. Poi da li, pagando qualche funzionario è riuscita a ottenere un passaporto per la Turchia.

Laleli è arrivata a Istanbul senza un soldo, solo un indirizzo in tasca. Quello dell’uomo che avrebbe sposato di li a due giorni. Laleli e Tursun si sono conosciuti in Internet due anni fa. Lei studiava Giapponese -la cui grammatica è molto vicina all’Uyguhru e sperava di andare un giorno in Giappone-. Lui era medico 35enne viveva con i genitori in una tradizionale famiglia Uyguhru di Istanbul. Avvantaggiati dalla vicinanza linguistica e etnica 300 mila Uyguhru hanno trovato in Istanbul la loro capitale d’elezione. Sentono di appartenere allo stesso albero, che oltre ai Turchi raccoglie parte dei Kazaki e altri gruppi etnici. Hanno in cumune la stessa storia: Gengiskan, Tamerlano, Attila...

Il visto di Laleli durava 30 giorni. Il visto è scaduto e suo marito è fa parte di un movimento per l’autonomia del Turkistan Orientale. Se Laleli rientrasse in Cina e raccontasse la sua storia finirebbe in prigione. Ma tutto questo,il matrimonio, il bambino che aspetta, alla sua famiglia in Cina non lo potrà mai raccontare per non mettere a repentaglio i sui cari.

sabato, novembre 14, 2009

giovedì, giugno 25, 2009

Studenti sulle barricate



Studenti sulle barricate in Germania

HEIDELBERG-(Germania)-Ancora un giorno di protesta studentesca in Germania. In più di 200.000 hanno protestato a Düsseldorf provocando qualche disagio alla circolazione stradale.
In rivolta anche la città universitaria di Heidelberg. A seguito dello sgombero ad opera della polizia del Rettorato occupato in seguito a uno sciopero da mercoledì la protesta è continuata con un sit-in nella mensa. In serata gli studenti hanno messo in scena con una fiaccolata “il funerale della libertà di espressione”.

A Marburgo ed a Berlino l’occupazione di sedi universitarie continua. Lo sciopero
nazionale dell’istruzione ha coinvolto scuole e università durante tutta la settimana ed è stato sostenuto dal sindacato per la scuola Gew.

Lo sciopero è stato indetto per protestare contro le riforma del sistema scolastico e universitario. Secondo la riforma il ciclo scolastico viene accorciato di un anno, terminando dopo 12 anni di scuola. All’università invece l’entrata a regime del sistema del tre più due, secondo le direttive europee del “processo di Bologna”, ha cancellato la possibilità di scegliere liberamente il curriculum di esami. Inoltre nei Länder governati dalla CDU, gli studenti protestano contro l’introduzioni delle tasse universitarie, circa 500 Euro a semestre e la creazione di Università d’eccellenza che assorbirebbero le risorse finanziarie lasciando scoperte le restanti Università.

Erst aus der Zerbrechlichkeit entsteht Neues



Amara Lakhous, algerischer Intellektueller, ist nach 13 Jahren in Rom nach Berlin umgezogen. Er spricht über Islam, Dialog zwischen den Kulturen und sein Leben in der deutschen Hauptstadt.

Wie fühlen Sie sich in Berlin?

Es ist eine großartige Stadt, in der ein 20-jährigen Traum für mich wahr wird. Als ich in Alger Philosophiestudent war, begann ich einen Deutschkurs am Goethe-Institut. Nach einigen Monaten ließ die islamisch fundamentalische Regierung das Institut schließen. In Rom musste ich als Mitglied einer Minderheit immer und immer wieder mein Wertesystem in Frage stellen und meine Identität neu erfinden. Jetzt habe ich einen italienischen Pass, und gehöre offiziell der Mehrheit. Es ist Zeit mich noch einmal in Frage zu stellen. Berlin ist ein neues Kapitel in meinem Leben.

Immigration, Multikulturalität, Islam und die Rolle der Frau sind Leitmotive in Ihren Werken. Sind Sie Soziologe, Journalist, oder Schrifteller?

Während meiner Doktorarbeit am Institut für Soziologie in La Sapienza, konnte ich lange in den Büchern forschen, aber zu wenig die Menschen beobachten. Als ich später als Journalist für die Adn-Kronos (eine italienische Presseagentur) arbeitete, hatte ich genug Kontakt zu Menschen, aber zu wenig Zeit für den Stil Form. meiner Texte. Als Schriftsteller kann ich mir Zeit für die Recherchen im Vorfeld, für die Beobachtung der Realität, und auch für die Vollendung der Form nehmen. Ich wäre nicht Schrifteller, ohne Soziologe und Journalist gewesen zu sein.

Ihr Roman „Krach der Kulturen um einen Fahrstuhl an der Piazza Vittorio“ ist bereits in sechs Sprachen erschienen. Was macht einen Fahrstuhl an der Piazza Vittorio zu einem so interessanten Ort auch außerhalb Roms?

Mein Roman blickt in die Zukunft. Wie wird Europa in 20, 30, 40 Jahren aussehen? Gehe einfach zur Piazza Vittorio, oder nach Kreuzberg. In solchen Stadtvierteln wurde Integration von einem gleichberechtigten Nebeneinander und Austausch der Kulturen ersetzt. Die Integration ist nur möglich, wenn es eine dominante Mehrheit gibt, aber auf der Piazza Vittorio befinden sich zahlreiche Minderheiten: da ist nur ein gleichberechtigtes Nebeneinanders möglich. Nach Ortega y Gasset entsteht eine neue Gesellschaft, wenn ein Schaf sich von der Herde entfernt und Mut hat, zwischen den Wölfen zu weiden. Tief in der Zerbrechlichkeit findet man das Neue.

Ihr Roman spielt in einem römischen Multi-Kulti-Viertel. Gibt es eine Piazza Vittorio auch in Berlin?

Das Aufeinandertreffen der Kulturen, worum es im „Krach der Kulturen um einen Fahrstuhl an der Piazza Vittorio“ geht, findet in Kreuzberg oder Neukölln bereits statt. Ganz Berlin ist schon ein Piazza Vittorio. Berlin ist verletzlich: die Stadt war lange von der Mauer durchschnitten. Berlin ist noch jung, es hat seine neue Identität noch nicht gefunden, und alle sind in dem neuen Berlin fremd. Im Gegensatz zu Rom spüre ich hier Heiterkeit und gegenseitiges Vertrauen und die Möglichkeit, Arbeit und Privates in einen Gleichklang zu bringen.

Woher kommt das Vertrauen?

In Italien steht die Familie im Mittelpunkt aller menschlichen Beziehungen, das geht auch zu Lasten des Gemeinsinns. Die Deutschen betrachten ihre Werte und Ihre Regeln positiv. In Italien respektieren wir zwar die Regeln, wir mögen sie aber nicht. Die Deutschen respektieren die Gesetzte und Regeln, weil sie darin eine wichtige soziale Funktion sehen.

Amedeo, die Hauptrolle Ihres Romans, stoßt gegen mehreren Xenophoben. Gehört damit der Spruch „Italiani brava gente“ –Italiener, anständige Leute“ der Vergangenheit an?

In letzter Zeit gab es viele Episoden, die der Reputation Italiens nicht gerade zuträglich sind, wie zum Beispiel der Vorschlag, Fingerabdrücke von Roma und Sinti-Kindern aufzunehmen. Trotzdem, je mehr die Festung Europa ihre Grenzen verschließt, desto stärker wird die Idealisierung im europäischen Ausland. In einer Erzählung beschreibe ich die Gedanken eines Kindes aus Tanger. Wäre er 16 Kilometer weiter nördlich geboren, könnte er in Spanien, wie seine Cousins, jeden Tag Bonbons lutschen. Als Junge beneidet er seine europäischen Verwandten, weil sie eine Freundin haben dürfen. Mit 17 flieht er nach Rom, wo er versteht, dass das Leben dort genau so hart sein kann wie in Marokko. Er wird im Gefängnis von Bonbons träumen.

Letzte Woche sagte Präsident Barack Obama in seiner Rede an die Muslimische Welt in Kairo, dass die Geschickte des Westens von einer friedlichen Koexistenz und Kooperation mit der Islamischen Welt abhängen. Was sagen Sie zu dieser Botschaft?

In einem Interview beschreibt der sizilianische Schrifteller Sciascia 1987, wie die Sizilianer ihren Reichtum der arabischen Kolonialisierung schuldeten: von den Zitronenplantagen über Thunfischerei bis zum Namen Sciascia selbst. So ist das auch mit den Europäern, Italienern und Deutschen, die damals nach Rumänien gegangen sind. Damals waren sie die armen Migranten die als Zimmermädchen oder als Tagelöhner arbeiteten. Manchmal vergessen wir das.

Il vantaggio di essere minoranza.


Amara Lakhous, scrittore italo-algerino, racconta la sua vita nell’Italia multiculturale e il nuovo capitolo della sua vita a Berlino.

Amara Lakhous, scrittore di origine algerina, dopo 13 anni di lavoro a Roma si trasferisce a Berlino. Come si trova nella capitale tedesca?

Roma è una città antica con un’identità già definita. Berlino sta ancora curando la cicatrice del muro, una ferita ancora aperta a cui tutti possiamo dare un contributo. Berlino è fragile, economicamente, come poche altre città in Germania. Ma questo è vantaggio per elaborare un modello nuovo. Berlino è poi la città che sognavo da 20 anni. Quando studiavo filosofia ad Algeri, alla fine degli anni ‘80, cominciai un corso al Goethe Institut. Pochi mesi più tardi l’istituto dovette chiudere a causa del fondamentalismo islamico.

Il suo libro “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio” è ambientato a Roma. Esiste una Piazza Vittorio anche a Berlino?

“Scontro di civiltà” è la storia dell’incontro delle culture in un quartiere di Roma, piazza Vittorio appunto. Sicuramente Kreuzberg e Neukölln sono i quartieri dove questo incontro è più evidente qui a Berlino. Come gli italiani emigrati in Germania ben sanno, far parte di una minoranza costringe a porsi domande e ridefinire la propria identità quotidianamente. Quando sono arrivato a Roma 13 anni fa facevo parte di una minoranza e ho dovuto ridefinire la mia posizione di studioso islamico. L’anno scorso ho ricevuto la cittadinanza italiana. Adesso sono considerato italo - algerino. Ma questa identità è un’etichetta dettata dalla maggioranza.

Nei suoi romanzi si parla di immigrazione, di incontro di culture, e nel suo prossimo lavoro “La pazienza delle donne” di sfruttamento della prostituzione: il suo è un lavoro da romanziere, da giornalista o da sociologo?

Quando alla Sapienza ho lavorato al mio dottorato in antropologia mi pareva di aver molto tempo per informarmi ma poco contatto con la gente. Come mediatore culturale a Piazza Vittorio godevo del contatto quotidiano con gente di tutto il mondo, ma mi mancava il tempo per raccontare. Quando infine ho lavorato come giornalista alla Adnkronos non c’era spazio per curare la forma della notizia. Da scrittore invece riesco a coniugare il meglio del sociologo, del mediatore culturale e del giornalista.

Lei lavora per vivere o vive per lavorare?

Io lavoro per vivere, ma vivere di letteratura è una scommessa.

Tuttavia il suo ultimo romanzo “Scontro di civiltà” vende in Italia 45.000 copie e viene pubblicato in sei lingue, ultima la traduzione tedesca. Cosa rende un ascensore di Piazza Vittorio un prodotto di esportazione anche fuori Roma?

Il mio romanzo anticipa il futuro: se vuoi vedere l’Europa tra 20, 30 anni vai a Piazza Vittorio o a Kreuzberg. In tali quartieri il concetto d’integrazione è superato per far spazio all’incontro e all’accettazione nel rispetto della legalità. Già oggi l’integrazione in Italia non è possibile perché non esiste più un solo modello di riferimento a cui ci si deve integrare: l’Italia è già un Paese di culture eterogenee. Dopo l’undici settembre si è parlato di scontro di civiltà: è stata la scoperta dell’acqua calda. Popoli e culture si sono sempre mescolati. Una volta erano gli italiani o i tedeschi che andavano a cercare lavoro in Romania lavorando come muratori o braccianti; ma che gli immigrati una volta erano gli europei lo si dimentica spesso.

Come crede che lo scrittore possa portare un contributo al dibattito sull’immigrazione?

Lo scrittore siciliano Sciascia in un’intervista su Panorama nel 1987 faceva notare come tutta la cultura sia in fondo un incontro di culture. Lo stesso nome Sciascia deriva da una parola di origine araba che significa “capello”. E il paese dello scrittore, Raccalmuto, significa “villaggio morto” in Arabo. E secondo Vincenzo Consolo tutta la Sicilia era un Paese morto prima dell’arrivo degli arabi, senza agrumi, senza i suoi bellissimi giardini pensili e senza la pesca al tonno. Il dibattito seguito all’undici settembre ha dimenticato che un c’è sempre stata una compatibilità tra culture. E che la compatibilità è la cultura stessa.

Ma in questa situazione qual è il ruolo della letteratura?

L’impegno sociale dell’intellettuale sul modello francese che va da Zola a Foucault, è scomparso. L’intellettuale oggi è corrotto perché recita la parte del format che lo ospita e ne diventa il clown: assistiamo a dibattiti televisivi assurdi, come ad esempio quello tra Vattimo e Borghezio. Oppure Mughini, un tempo attivo in Lotta Continua, adesso si lascia fischiare a Controcampo.

All'estero, l’immaginario sugli italiani è in genere quello di persone aperte, solidali, simpatiche. Amedeo, l’algerino protagonista di “Scontro di civiltà”, vive in un clima xenofobo. L’immagine dell’Italia all’estero sta cambiando?

Ci sono alcuni episodi deleteri per l’immagine dell’Italia all’estero: come la proposta di prendere le impronte digitali dei bambini Rom. Ma l’idea che l’Europa sia il paradiso in terra e che tutti gli europei siano ricchi cresce al di fuori dell’Europa. In un racconto ho narrato la storia di un ragazzo di Tangeri, in Marocco. Durante la sua infanzia pensa che se fosse nato solo 16 km più a Nord sarebbe nato spagnolo e, come i suoi cugini in Francia, avrebbe potuto mangiare caramelle tutto il giorno invece di riceverne una e doverla contendere con i suoi otto fratelli. Da ragazzo innamorato di una ragazza, continua ad invidiare i cugini francesi che potevano tenere il loro amore all’oscuro dei genitori. A 17 anni scappa poi a Roma, dove scopre che il benessere che sognava si ottiene attraverso il duro lavoro o, più facilmente, attraverso attività criminali. Arrestato per spaccio, sognerà le sue caramelle in prigione.

domenica, aprile 05, 2009

Professor Prodi at Brown University

Dass man das Publikum mit Visionen und reizendender Rhetorik begeistern kann, wird von einem Politiker erwartet. Bei den guten werden die Versprächen Tatsachen. Aber Romano Prodi begeistert das Publikum nicht in seinen Vorlesungen an der Brown University, wirkt sehr langweilig und unprofessionell und -als Vorsitzende des UNO-AU Panel für Peacekeeping in Africa- zeigt sein müde Skeptizismus und ein christdemokratische Mitleid für die afrikanische Probleme.
Wieso Prodi und nicht lieber ein Afrikaner an dieser Kommission sitzen darf, ist selbst ein Rätzel. Vielleicht weil der Professor immer so ruhig und friedlich aussieht, und mit Sicherheit niemandes Interessen treten wird. So hat er diese Ehre erhalten, und so kann man sich auch seine erfolgsreiche Karriere begründen.
Laut Prodi sind die Konflikte in Afrika deutlich gesenkt, da proportional der Zahl der Frieden Missionen gestiegen ist. Daraus folgt, dass die UNO weiter in solchen Programme investieren wird. Prodi vergisst zu erwähnen, dass solche „Frieden“ Missionen ein gefährlicher Teufelskreis entwickeln: da die entwickelte Länder sich weigern, ihren Menschen dahin zu schicken, ist die UNO auf die menschliche Ressourcen von Entwicklungsländer aufgewiesen. So befinden sich in Afrika im groß Teil Pakistanischen Truppen, mit westlicher Ausrüstung bewaffnet und mit UNO-Gelder versehen.
Nach der wenig informativen Vorlesung haben die Studenten Professor Prodi kluge, direkte und klare Frage gestellt. Die Ausbeutung Afrikas durch der chinesischen Regierung, die Äthiopiens Krise, der Darfur... Die Antworten haben gezeigt, dass die Studenten mindestens so gewissenhaft wie der Professor, aber sicherlich mutiger als er sind.
An einer Studentin, die ihn über die von den Chinesen respektlosen Spekulationen in Algeria fragte, antwortete er, dass –erfahrungsgemäß- auch die Chinesen Lust haben, sich zu einreichen.
Ich habe die Frage an Prodi als Ökonomen gestellt, ob Afrika als Land sehen kann, in dem auf eine Selfsentwicklung hoffen kann, wie Microcredits Projekten in Süd-Ost Asien bereits ermöglicht haben. Laut des Ökonomieprofessors Afrika braucht zuerst internationale Hilfen für Infrastrukturen.
Man konnte die Enttäuschung zwischen den Studenten spüren als der Prevost s ankam, um das Schlusswort zu sprechen: er konnte sich sehr zufrieden für einen erleuchtenden Vortrag des berühmten Professors heißen. Andres könnte man sich nicht erwarten; bereits 1999 bekam Prodi von der Universität Brown das Doktortitel h.c..

martedì, febbraio 24, 2009

La Fecebookizzazione della società- ovvero- il social network asociale


Cosa osserverebbe un antropologo proveniente da Marte arrivando sulla terra? Noterebbe una società organizzata burocraticamente come la descriveva Max Weber nel 1905? O imperniata sulla razionalità, la velocità e l’efficienza della produzione di massa come propone Ritzer in the Mcdonalisation of Society (1993)? Se facesse un giro per le strade e gli uffici avrebbe forse questa idea: le azioni dell’uomo sono dominate dalla razionalità e dall’efficienza; socievolezza, creatività, religione, arte, sviluppo della personalità e legami sociali sono fievoli e mantenuti quel tanto da garantire una maggiore efficienza. La famiglia è l’oppio del manager. L’uomo costretto a spostarsi per lavoro, non ha tempo per conoscere nuove persone. Le relazioni di genere razionalizzano la lunga e inutile fase della scelta del partner e inventano lo speed dating: si ha l’opportunità di conoscere un potenziale partner in 60secondi e alla fine dei quali si deve decidere se si è interessati o no. L’uomo ricerca gratificazioni istantanee massimizzando il tempo per raggiungere un obiettivo: il one-night-stand, prima monopolio maschile, è ora un rito di passaggio obbligatorio prima di una relazione stabile a cui anche le ragazze si sottopongono per garantirsi forti emozioni senza interferenze e sacrifici nella vita lavorativa. L’uomo spende sempre più tempo in non-luoghi , l’aereoporto, il centro commerciale, l’ikea, la stazione, l’ascensore, l’autostrada. Costruiti per essere efficienti non vi è prevista alcuna forma di solidarietà tra persone che li condividono; per informazioni o assistenza bisogna rivolgersi al personale addetto o ad un call-center. Gli uomini non hanno bisogno di parlare tra loro: ad ogni domanda è preposto un tecnico o uno studioso specializzato. Inoltre anche se volessero non potrebbero: viaggiatori e passanti ascoltano musica, controllano la posta elettronica dal loro smart-phone, leggono, studiano per diventare studiosi specializzati. L’avanzamento tecnologico sembra perseguire l’obiettivo di atomizzare la vita dell’uomo e emanciparlo dal bisogno dei suoi simili. Il progresso degli ultimi 40 anni non è stato altro che una massificazione di prodotti che prima erano privilegi di pochi: il computer è diventato personal, e poi portatile; ha snellito la burocrazia o per lo meno ha eliminato alcuni spostamenti o attese agli sportelli. Analogamente il telefono cellulare ha sostituito via via le cabine telefoniche pubbliche. L’automobile personale ha reso l’uso dei mezzi pubblici inutile, salvo poi aumentare ingorghi e inquinamento. Dopo la perdita di legami di clan o di famiglia, dovuti alla mobilità e alla condizioni di lavoro, la società è atomizzata, ma estremamente razionale ed efficiente. Il tempo libero è dominato dallo stesso principio: le prestazioni umane devono essere sempre migliori, portare più emozioni ed essere veloci. Il parapendio, il paracadutismo per sentire una scarica di adrenalina. Jogging per uomini che si spostano in jet. L’aereo a basso costo per passare un fine settimana in una spiaggia esotica, lo skilift per conquistare velocemente la vetta. L’uso di farmaci è diffuso in tutti i settori: nello sport (anabolizzanti), nel sesso (viagra), nelle discoteche (ecstasy), nella vita quotidiana (prozac). Sia tra gli alti vertici dell’industria automobilistica sia tra i liceali di Caorle , tanto più il lavoro risucchia apollinea concentrazione tanto più il fine settimana infonde nell’animo dionisiaca voglia di valicare ogni limite.
Se l’antropologo di Marte ci desse l’onore di fermarsi più a lungo sulla terra e se si volesse togliere la curiosità di sbirciare in internet? Internet un medium che rende possibile la comunicazione di massa personalizzata, in cui la pubblicità si adatta ai contenuti della mail che scrivo, in cui si può googleare ogni domanda sicuri di trovare la risposta di un esperto, sembra un catalizzatore di atomizzazione, un ulteriore passo nella società mcdonaldizzata. In internet fioriscono le agenzie per la ricerca del partner: il sito francese meetic con quasi un milione di single offre una ricerca raffinatissima del partner ideale. Per non parlare della pornografia accessibile senza rischio di perdere la faccia. La rete accelera la mobilità, e la comunicazione col mondo. Le notizie corrono e sono accessibili non appena l’uomo ha tempo libero. Una mail permette la comunicazione rapida anche in non compresenza fisica e temporale, superando in velocità e nella possibilità di controllare la comunicazione anche il telefono. L’integrazione del telefono portatile e della mail negli smart-phones come il Blackberry o l’I-pod è la sintesi dei privilegi dei due media e un ulteriore passo verso l’efficacia 24 ore al giorno.
Il marziano però noterebbe proprio in questa tendenza a estendere la produttività oltre le mura dell’ufficio e oltre l’orario del cartellino alcune falle nel sistema della società mcdonalizzata. Il telefono portatile permette di stare in contatto con il lavoro e con gli amici allo stesso momento. Chat e giornali durante il lavoro distraggono e rendono inefficienti. Se la mail risulta meno intrusiva del telefono dato che la lettura non interrompe un’altra attività, servizi offerti dagli stessi provider di posta elettronica, avvisano in tempo reale dell’arrivo di una mail. Il vantaggio della mail, quindi, non è quello di rendere la comunicazione più veloce meno intrusiva in altre attività, ma di renderla più controllata e meno spontanea, di evitare le gaffes e di pianificare meglio la conversazione. La contaminazione di sfera pubblica e sfera privata è evidente anche negli oggetti della vita quotidiana: il telefono portatile integra la macchina fotografica e il video game. La compenetrazione di privato e pubblico ritorna a passo di gambero a una società prefordista. Internet permette di abbattere la funzione del mediatore affidando la selezione della merce all’utente stesso: figure come il cassiere, il bigliettaio, il postino, il venditore di scarpe…sono assorbite dall’internauta che deve acquisire competenze generaliste per giudicare la qualità di un paio di scarpe, il biglietto più conveniente per viaggiare, il modulo da stampare per una data richiesta. A passo di gambero si corre verso una società non specializzata, dove tutti fanno tutto senza essere esperti in niente. Analogamente guardando con attenzione, l’antropologo osserverebbe come è ancora importante affidarsi alla fama e all’opinione collettiva, osservare il feedback di sconosciuti per la scelta di prodotto, discutere in forum sui temi più disparati e affidarsi a un pubblico sconosciuto e facilmente manovrabile per fare le scelte più personali e importanti. L’antropologo considererebbe anche come la rete pulluli di gruppi accomunati da interessi rarissimi e come sia possibile riparare o ricreare ex-novo reti sociali spezzate o altrimenti difficili attraverso la frenesia della società mcdonaldizzata. Con l’avvento del web 2.0 in rete si affacciano nuove identità con esistenza più o meno fittizia, la cui unica credenziale è quella di avere una presenza nel web.
Di tutto questo non si è accorto un marziano ma i creatori di Face book e C.. Non a caso i social network nascono negli Stati Uniti, società mcdonalizzata per eccellenza, e che dispone di un numeroso gruppo di pubblico già socializzato alla rete, disposto a sostituire il contatto interpersonale faccia a faccia con il contatto mediato. Facebook non sarebbe diventato così popolare senza alcune caratteristiche nella società: si è sviluppato tra studenti universitari che, abituati a una lunghe attività al computer, godono di notevole flessibilità nei tempi di studio. Salvo forse nei periodi precedenti agli esami molti studenti possono permettersi di prendere frequenti brevi pause. Per chi è collegato alla rete, giovane e ha voglia di conoscere nuove persone o di ritrovare vecchi amici, questo significa entrare in un social network. Ma tali sistemi di comunicazione sono così evoluti da sostituire la varietà e la complessità della comunicazione faccia a faccia? Sicuramente questa piattaforma offre il vantaggio di controllare la propria identità più facilmente che nell’interazione spontanea: come gli studenti americani già devono fare per presentare domanda d’accesso ai college, o per iscriversi a Facebook è necessario fornire una presentazione di sé: per stabilire la propria identità è importante stabilire il gruppo di appartenenza, che negli Stati Uniti è il college che si frequenta, oltre a un’ autoschedatura che comprende età, genere, religione, stato sociale ed idee politiche. Dopo la perdita dei clan e l’isolamento dell’individuo questi sono i fattori soci-biografici necessari per stabilire la fiducia con un individuo sconosciuto. Ma Facebook è molto di più di un semplice elenco anagrafico dei suoi membri: nelle sue pagine è possibile dare voce alla propria identità attraverso varie scelte per personalizzare la propria pagina. La foto: viviamo nella generazione autoscatto, dove ragazze e ragazzi socializzati all’immagine di sé hanno imparato a mettersi in posa. Le studentesse americane ricorrono ai modelli proposti nella pubblicità dalle starlette; si mostrano di tre quarti, meglio se con una gamba leggermente inclinata, dando movimento alla loro immagine e risaltando il profilo. Perché questa posa innaturale ricalcata su modelli da MTV? Questo lo vedremo tra poco. L’utente dispone dei mezzi per darsi un tono: può costruire la propria identità e ha più controllo della situazione di quanto succeda nell’interazione faccia a faccia; egli può dichiarare la sua passione per Delitto e Castigo e nessuno gli chiederà a bruciapelo cosa pensa del dialogo tra Raskol'nikov, e il giudice istruttore Petrovič. Non solo l’utente è protetto nel costruire la propria identità, ma non è costretto ad esporsi mentre cerca informazioni private riguardo la vita degli altri. Sul muro gli amici possono lasciare un Feedback costruendo la reputazione del compagno. Inoltre il numero stesso degli amici, indifferentemente dalla qualità e dalla profondità dell’amicizia, aggiunge prestigio: molti amici molto onore. L’identità poi è stabilita in base alle note sulla propria attività: dei brevi messaggi che raccontano all’entourage amicale non tanto quello che facciamo, ma quello che vogliamo che gli altri sappiano di ciò che facciamo: ad esempio “Sto studiano giorno e notte”, “Sono contenta per l’arrivo del mio ragazzo”. Qui il self viene ridotto allo stereotipo che l’utente fornisce di se stesso. Aberrante risulta il fatto che ,ancora poco socializzati alla gestione di una propria vita pubblica mediatica, molti descrivono se stessi alla terza persona: “Nicola sta scrivendo un articolo”. Solo chi aggiorna frequentemente la sua attività riceve risonanza nel network comparendo in prima posizione tra la lista degli amici. Questi può anche avere un controllo maggiore su ciò che gli amici scrivono di lui sul suo muro gestendo a piacere la propria reputazione. Gli altri sono solo nomi. Chi vuole essere vitale nella rete deve aggiornare spesso la sua attività, ma che aggiorna spesso la sua attività non può fare veramente una vita attiva. Sublime astuzia di Facebook.
In questa breve carrellata delle funzioni base di Facebook si noteranno alcune caratteristiche che fanno di Facebook un archetipo della società mcdonaldizzata. La socievolezza in Facebook è regolata dal principio dell’efficienza e della gratificazione istantanea: solo chi è attivo è visibile per gli amici, inoltre grazie alla foto e alla breve scheda della lista di amici è possibile tenere d’occhio in modo efficace i dati altrui scoprendo chi è al momento sul mercato, chi è single chi non lo è più. La perdita della spontaneità nelle relazioni interpersonali, resa palese dal fatto che gli amici resi partecipi delle vicende private sono centinaia, decreta la nascita della “vita privata pubblica”, prima appannaggio solo di protagonisti di rotocalchi che potevano dare in pasto a paparazzi i loro nuovi amori o i figli neonati. Questi sono i modelli, almeno iconografici, degli under 30 in Facebook.
Se da una parte Facebook è una radiografia della società dell’efficienza, dall’altra è possibile vedervi una commistione di vecchie e nuove esigenze sociali. Anche se la società è costruita su principi razionali che escludono l’importanza di legami emozionali, l’uomo continua ad essere un essere sociale, e se non è più di moda essere socievoli in treno, in ascensore etc, allora cerca e trova in internet amici di cui ha perso i contatti o#altri# che vuole conoscere. L’uomo ha bisogno di condividere esperienze con i suoi simili: in Facebook la partecipazione sociale avviene iscrivendosi a gruppi e esponendosi in questo timido modo per ogni possibile causa. L’incredibile capacità di Facebook di adattarsi alle caratteristiche idiosincratiche di ogni società (tecnologica) è causa della sua estesa diffusione: non c’è ancora un galateo del Face book, ma se ci fosse seguirebbe i codici del Paese in cui ci si trova. In America, Professori non invitano gli studenti a diventare loro amici, né a maggior ragione lo fanno i genitori; in Italia, Paese in cui i legami campanilistici e di famiglia sono più radicati può succedere. Anche se il lavoro vorrebbe lo studente (o l’impiegato) concentrato e collegato alla rete per ricevere velocemente informazioni, l’uomo ha bisogno di una connessione virtuale con il gruppo dei pari. Facebook diventa un piccolo villaggio fatto di pettegoli, delatori, eroi, gran saggi che ci portiamo in giro per il mondo. I canoni della società tradizionale vengono adattati ai nuovi media.

Come back from New York


Vor der Abfahrt
Da ich nicht unmittelbar in ein Forschungsprogramm einer amerikanischen Universität eingebunden war, sondern in erster Linie als unabhängige Forscher die Kurse besuchte, hing der Ablauf meiner Reise ausschließlich von meiner eigenen Planung ab. Ich hatte schon im Vorfeld alle Dozenten angeschrieben, bei denen ich einen Kurs besuchen wollte, und mich über die Programme anderer Hochschulen schon informiert. Das ist in der Regel zu empfehlen, weil das Graduate Center auch mit anderen New Yorker Universitäten wie z.B. der Columbia und New York University (NYU) kooperiert.
Ich hatte die Kosten, die Wartezeiten und den wegen der Sicherheitsmaßnahmen verstärkten bürokratischen Ablauf, um das Visum zu erhalten, unterschätzt. Solche Arbeit im Vorfeld hat mich etwa 200 Euro und zeitintensive Fahrerei gekostet.
Sehr nützlich schon im Vorfeld hat sich auch die Webseite www.craigslist.org erwiesen - bezüglich der Zimmersuche, des Fahrradkaufs, oder Englischkurse.

Beim Ankommen
Hingegen war der bürokratische Ablauf an der Universität sehr effizient: die Einschreibung an der Universität und in der Bibliothek konnte ich innerhalb von zwei Stunden erledigen. Trotzdem waren die ersten Tage in New York sehr anstrengend und manchmal frustrierend. Die voluminöse und für mich ungewöhnliche Räumlichkeit und zyklopische Entfernungen, die übergreifende Technologie, das schon begonnene Semester und nicht zuletzt einige Schwierigkeit mit dem amerikanischen Akzent haben mir anfangs sehr viel Energie und Zeit gekostet. Da ich auf mich selbst gestellt war, hatte ich natürlich eine größere Verantwortung für meine Zeitplanung, doch war ich auch entsprechend flexibler und konnte viele akademische Veranstaltungen nach meinen persönlichen und konkreten wissenschaftlichen Bedürfnissen ausrichten. Hier hat mir die berühmte Lockerheit und Freundlichkeit der Amerikaner, besonders der Dozenten, sehr geholfen. Innerhalb einer Woche konnte ich mich unabhängig wie in meiner Heimathochschule bewegen.
Außerdem hat mir persönlich und fachlich das Netzwerks der SDW-Stipendiaten geholfen: eine Facebook-group wurde von Stipendiaten in Boston eingerichtet, und das hat gegenseitige Besuche ermöglicht.
Mit meinem deutschen Handy konnte ich keine amerikanische Sim-Karte benutzen. Im Telefongeschäft sind aber billige Handys mit entsprechender wieder aufladbarer Sim-Karte für insgesamt 30-40 Dollar zu erhalten. Die Tarife sind leider sehr teuer, sodass ich für längere Aufenthalte lieber andere Verträge empfehlen würde.

Finanzen -Wohnen
Ein Monat nach meiner Abfahrt habe ich eine Pauschale für Unkosten für Flug und Krankversicherung von der SDW erhalten; die Boarding-Card wird als Beleg erbeten. Dank des für uns günstigen Kurses mit dem Dollar waren die Lebenshaltungskosten in New York nur gering höher als in Heidelberg. Die verschiedenen amerikanischen Gewohnheiten (sich immer mit öffentlichen Verkehrsmitteln bewegen, oft unterwegs essen…) führen aber zu einem aufwendigen Lebensstil. Auch die Mieten waren in Manhattan auffällig hoch (ca. $1000/Monat für ein Zimmer). Da ich gerne mit amerikanischen Studenten leben wollte, habe ich ein Zimmer in einer WG gefunden, in der Bronx. In solchen Vororten (Queens, Brooklyn, und der südliche Teil der Bronx) sind die Mieten mit dem SDW-Stipendium und eventuell ein bisschen Epargnissen gut bezahlbar (ab $600) und der Weg zum Graduate Center (34. Street) innerhalb von 30 bis 40 Minuten mit der U-Bahn machbar. Der Ruf der Bronx spiegelt nicht mehr die Wirklichkeit wider; ich habe mich dort nie in Gefahr gefühlt.
Am Anfang war meine Hauptfrage, ob man viele Unkosten haben würde, wenn man die deutsche Kreditkarte benutzt und Geld aus dem Automaten mit der deutschen Debit-Karte abhebt. Obwohl das auch eine Möglichkeit gewesen wäre, habe ich mir ein Konto bei der Bank of America eröffnen lassen, und die entsprechende ATM-Debit-Karte benutzt. Es ging sehr leicht auch ohne die social security number. Übrigens hat die Bank of America zahlreiche Geldautomaten in Manhattan (und in den USA allgemein).

Bibliothek
Die für meine Forschung wichtige Literatur war meistens am Graduate Center vorhanden. Die dortige Bibliothek hat bis 23 Uhr geöffnet. Zugang hatte ich auch zu anderen Dissertationen, die sich mit ähnlichen Themen beschäftig haben, deren Existenz mir kaum bewusst war. Außerdem konnte ich Material per Fernleihe bestellen: die gefragten Artikel bekam ich den folgenden Tagen als Pdf gescannt und per E-Mail geschickt. Eine Innovation, die ich in Heidelberg noch nicht gesehen habe. Mein Referenz-Professor am Graduate Center konnte mir auch eine Erlaubnis für den Zugang an die Bobst-Library besorgen, zu dem normalerweise nur Studenten der New York University (NYU) befugt sind. Der Aufenthalt in einem solchen Tempel der Wissenschaft hat nicht nur meine Bibliografie bereichert, sondern auch viele Einblicke in die amerikanische „undergraduate“ Welt ermöglicht.

Akademische Kontakte
Was mich besonders positiv beeindruckt hat war die Bereitschaft und die Freundlichkeit der Dozenten. Am Graduate Center haben regelmässige Veranstaltungen (etwa evening lectures, Syntax Supper, Psycholinguistic evening…) stattgefunden, bei denen ich die Gelegenheit hatte, mit Dozenten und Doktoranden außerhalb des Unterrichts über wissenschaftliche Themen zu sprechen. Leider waren die Doktoranden meistens sehr beschäftigt, sodass nur wenige angenehme Gespräche lange dauern konnten. Sehr gewinnbringend haben sich die Möglichkeiten erwiesen, Teile von meinen Forschungsergebnissen in einem Unterricht und in einer Konferenz darzustellen. Dozenten und Studenten sind dort gewohnt, Gäste zu haben, und fremde Akzente sind problemlos akzeptiert. Auch wenn Vorträge von Gästen dort die Regel sind, empfehle ich das Interesse rechtzeitich zu äußern.


Schlusswort
Ich würde heute diesen Auslandsaufenthalt wieder genauso planen, evtl. würde ich jedoch diesmal noch vor Semesteranfang ankommen, um mich erst an das Stadtleben zu gewöhnen. Ich habe schon erwähnt, dass das Ziel für meinen Aufenthalt eine intensive Auseinandersetzung mit Experten meines Dissertationsthemas war. Aber die Amerikaner und ihr soziales System können selber für untersuchenswert gehalten werden. Besonders New York bietet zahlreiche heterogene Kulturen, die unzählige Interessen wecken können. In interkultureller Hinsicht habe ich durch diesen Amerikaaufenthalt nicht nur mein eigenes Amerikabild relativiert und das Klischee des Amerikaners destrukturiert, sondern habe auch meine eigene Herkunft und Sozialisation als Italiener, und als Europäer, neu gedacht und wahrgenommen. Extrem beeindruckend war die Wahlkampagne, die ich zum Glück am Ort des Geschehens verfolgen konnte. Ich konnte die frischen enthusiastischen Wähler ansprechen, und der Sieg aller Minderheiten miterleben. Mit Spannung und Mitgefühl habe ich auch die Finanzkrise in der Wallstreet verfolgt, sowie Traditionen und Feste wie Halloween, Thanksgiving, Hanukkah, und Weihnachten mit neuen Augen gesehen. Ich hatte den Eindruck, in einer Insel in der Mitte der Welt zu sein.